Ragazzi di vita – Il tempo lento dell’adolescenza

Ragazzi di vita – Spazi dell’educare, sguardi per riflettere sul mondo giovanile, pensieri e pratiche per “stare” con i ragazzi oggi. N. 13 –  Il tempo lento dell’adolescenza


Negli ultimi mesi mi è capitato di osservare due esperienze educative lontane dal perimetro scolastico, eppure profondamente formative. In un caso, un gruppo di ragazzi era impegnato a impastare farina e uova, guidato da mani esperte nella preparazione della pasta secondo le ricette della tradizione. Nell’altro, alcuni coetanei seguivano un laboratorio di educazione al digitale, tra codici e piattaforme. Due mondi apparentemente distanti, quasi opposti: la manualità antica e il linguaggio dei pixel. Eppure, osservandoli, ho avuto la sensazione che si stessero parlando.

Sorprendente e meraviglioso vederli curvi sui loro gesti, assorti e operosi, completamente immersi nelle loro pratiche.

In entrambi i contesti, ciò che colpiva era il livello di immersione: ragazzi concentrati, partecipi, liberi da quell’ansia di prestazione che spesso caratterizza la scuola. Non c’era fretta, non c’era competizione esasperata, ma un tempo disteso, abitabile. E soprattutto, emergeva un bisogno implicito: trovare uno spazio di tregua rispetto al ritmo confuso e accelerato del quotidiano.

Il tempo non è solo una misura esterna, scandita da orologi e scadenze, ma un’esperienza interiore, una distensio animi, una distensione dell’anima, secondo una bellissima evocazione agostiniana. Il presente, quando è vissuto pienamente, si dilata e si sottrae alla tirannia del prima e del dopo. È forse questo “tempo senza tempo” che i ragazzi ricercano e che noi adulti spesso non sappiamo cogliere.

Da qui nasce una prima domanda, che riguarda direttamente il setting scolastico: perché la scuola fatica così spesso a generare questo tipo di coinvolgimento?

La scuola è chiamata oggi a ripensare le proprie dinamiche, le posture pedagogiche, più ancora che a inseguire le ultime metodologie didattiche. La vera sfida potrebbe essere un’altra: costruire ambienti meno stressanti, meno competitivi, più attenti ai tempi e ai bisogni formativi degli studenti. Possiamo immaginare una scuola capace di rallentare?

Un secondo nodo riguarda l’equilibrio tra dimensione analogica e digitale. Da un lato, resistono posizioni nostalgiche che vorrebbero un ritorno a un’improbabile “età dell’oro” analogica; dall’altro, visioni che spingono verso un’educazione interamente immersa nei codici, dove tutto è ridotto a dati e algoritmi. Entrambe le prospettive appaiono parziali. Forse la strada più feconda è quella di un incontro.

Il “fare” – impastare, costruire, progettare – resta una dimensione centrale dell’apprendimento. Non è un caso che pedagogisti come Célestin Freinet abbiano posto al centro della loro riflessione il lavoro come esperienza educativa viva, concreta, cooperativa. Ma oggi questo fare può dialogare con il digitale: si possono progettare ambienti con software e poi realizzarli fisicamente, passare dal codice alla materia. È in questa mediazione che i ragazzi sviluppano competenze profonde, abitando entrambi i linguaggi.

In questa direzione si inserisce anche la riflessione di Paolo Benanti, frate francescano, filosofo, docente all’università Gregoriana, unico italiano componente dell’AI Advisory Body dell’Onu, nel suo libro “Human in the Loop”, dove propone il concetto di “algoretica”: una pratica educativa capace di integrare etica e algoritmo, umanità e tecnologia. Non si tratta solo di saper usare strumenti digitali, ma di comprenderne le implicazioni, di abitare consapevolmente un mondo sempre più ibrido.

Le discipline STEAM mostrano chiaramente le potenzialità di questo approccio integrato, in cui scienza, tecnologia, arte e manualità si intrecciano. In una società iperdigitalizzata, il recupero del fare non è un ritorno sterile al passato, ma una condizione per dare senso al presente.

Una riflessione che emerge con forza da esperienze come quelle descritte riguarda la necessità di costruire un’alleanza autentica tra scuola e territorio. Non come semplice apertura episodica o progettualità accessoria, ma come postura strutturale. Il territorio – con le sue realtà del terzo settore, le associazioni, i laboratori artigianali, i presìdi culturali – non è un contorno, ma un ambiente educativo diffuso, ricco di occasioni di apprendimento che la scuola, da sola, difficilmente può generare.

Per troppo tempo l’istituzione scolastica ha rischiato una certa autoreferenzialità, come se il sapere potesse esaurirsi entro le mura dell’aula. Eppure, l’educazione è sempre un fatto situato, incarnato nei contesti di vita. Aprirsi al territorio significa riconoscere che esistono saperi plurali, pratiche significative, esperienze capaci di intercettare i ragazzi in modo diverso e, talvolta, più immediato. Non si tratta di delegare, ma di intrecciare.

In questo senso, può essere utile superare anche l’idea che debba esistere un “centro” – la scuola, appunto – attorno a cui tutto ruota. Le reti educative più vive non sono gerarchiche, ma policentriche: funzionano quando ogni nodo mantiene la propria identità e contribuisce in modo originale. La scuola è un nodo fondamentale, certo, ma non l’unico né necessariamente il baricentro. Accanto ad essa, il terzo settore, le famiglie, le comunità locali, i luoghi informali dell’educazione.

Questa visione richiama, in parte, l’idea di “comunità educante”, cara a pedagogisti come John Dewey, per il quale l’apprendimento nasce dall’interazione continua tra individuo e ambiente, e non può essere confinato in spazi chiusi. Ma oggi forse siamo chiamati a fare un passo ulteriore: immaginare ecosistemi educativi in cui le relazioni siano orizzontali, dinamiche, aperte.

E poi ci sono i ragazzi. Energie inesauribili, capaci di sorprenderci sempre. Anche in giorni segnati da cronache difficili, restano spazi di resilienza, di creatività, di ricerca. La vera sfida educativa è forse proprio questa: allestire contesti capaci di intercettarli, di ascoltarli, di accoglierli. Allenare la scuola a una dimensione più esperienziale, senza rinunciare ai saperi. Costruire ambienti che sappiano accudire oltre che istruire.

Non esiste una ricetta definitiva, ma forse alcuni ingredienti sì: tempi più umani, centralità dell’esperienza, integrazione tra analogico e digitale, ascolto autentico. Piccoli elementi che, combinati, possono dare forma a qualcosa di autentico.

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