Ragazzi di vita – Spazi dell’educare, sguardi per riflettere sul mondo giovanile, pensieri e pratiche per “stare” con i ragazzi oggi. N. 12 – La borsa sulle spalle
Li vedo spesso alle fermate degli autobus. Hanno le cuffie nelle orecchie, lo sguardo ancora un po’ assonnato, ma sulle spalle portano borse troppo grandi per la loro età. Dentro ci sono scarpe da calcio infangate, ginocchiere da pallavolo, pantaloncini da basket. E ogni volta rimango sorpreso in positivo.
Rivedo me stesso a tredici anni che prendevo l’autobus da solo per andare agli allenamenti. Da solo. Oggi sembra un dettaglio enorme. Mi tornano addosso odori precisi: l’erba bagnata, il fango, lo spogliatoio saturo di sudore e deodorante economico. Le urla prima della partita. Le incazzature. La fatica vera, quella che ti svuota le gambe ma ti rimette in ordine la testa.
Lo sport, per molti ragazzi, è questo: uno sfogo sano che toglie i brutti pensieri. Un luogo dove canalizzare rabbia, insicurezze, paure. Un campo, una palestra, un gruppo. Non è retorica dire che lo sport toglie dalla strada. Per tanti è esattamente questo.
Ma non solo: negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione sul benessere psicologico degli adolescenti. I dati dell’ISTAT segnalano un aumento delle fragilità emotive, dell’ansia e del ritiro sociale tra i più giovani.
In questo scenario, lo sport non è una terapia, ma può essere una forma concreta di prevenzione quotidiana.
Allenarsi significa avere una routine. Significa misurarsi con la fatica e scoprire di poterla reggere. Significa perdere una partita e dover tornare in campo la settimana dopo. È una palestra emotiva: si impara a gestire frustrazione, rabbia, entusiasmo, delusione.
C’è anche un elemento fisico che non va sottovalutato: il movimento regolare riduce lo stress, migliora il sonno, favorisce concentrazione e autostima. Ma soprattutto crea appartenenza. In un tempo in cui molte relazioni passano attraverso uno schermo, condividere uno spogliatoio, un allenamento sotto la pioggia, una vittoria sofferta è un’esperienza relazionale piena, non mediata.
Secondo il CONI, in Italia i tesserati alle federazioni sportive superano i 12 milioni, di cui diversi milioni minorenni. I dati dell’ISTAT indicano che oltre il 50% dei bambini e ragazzi tra i 6 e i 17 anni pratica uno sport in modo continuativo.
Ma c’è un altro dato che dovrebbe farci riflettere: la partecipazione cala drasticamente nell’adolescenza e nelle fasce sociali più fragili. Le motivazioni? Sempre più spesso economiche. Negli ultimi anni i costi di iscrizione sono aumentati in modo significativo: affitto degli impianti, bollette energetiche, assicurazioni, materiali, manutenzione. Le società sportive, soprattutto quelle dilettantistiche, fanno i conti con bilanci sempre più stretti e sono costrette ad alzare le quote.
Il risultato? Ragazzi che restano fuori.
Alcuni comuni erogano bandi e contributi per sostenere le famiglie in difficoltà, ma non è sufficiente. Se davvero riconosciamo allo sport un valore educativo, preventivo e sociale, allora la domanda è politica prima ancora che sportiva: perché lo Stato non garantisce in modo strutturale l’accesso gratuito o fortemente calmierato allo sport di base?
Quanto si potrebbe risparmiare, in termini di costi sociali e sanitari, investendo oggi in palestre e campi sportivi invece che domani in interventi riparativi su disagio giovanile, dipendenze, devianza?
Viviamo in un Paese calciocentrico. Il calcio è passione, identità, racconto collettivo. Ma il valore educativo dello sport non si esaurisce lì.
Il basket insegna a fidarsi del compagno. La pallavolo educa al sincronismo e al sacrificio invisibile. L’atletica costruisce disciplina e confronto con sé stessi. Gli sport cosiddetti “minori” spesso sono palestre di comunità ancora più forti, perché meno esposti alla pressione del risultato a ogni costo.
Il gioco di squadra, in qualunque disciplina, è una scuola di democrazia concreta: si vince insieme, si perde insieme, si impara a stare dentro le regole. In un tempo in cui molti adolescenti vivono relazioni mediate da uno schermo, il campo resta uno degli ultimi spazi di corporeità reale, conflitto gestito, cooperazione fisica.
C’è poi un mondo prezioso fatto di associazionismo sportivo che tiene insieme pratica, inclusione e comunità.
A Parma, per esempio, realtà come la Polisportiva Gioco lavorano da anni per rendere lo sport accessibile, attento al territorio, capace di integrare ragazzi con storie e fragilità diverse. Non solo allenamenti, ma relazioni educative.
Sempre a Parma, esperienze come La Paz – espressione di quello che viene definito sport popolare – provano a proporre un modello diverso da quello competitivo ed esclusivo: meno selezione, più partecipazione; meno ossessione per il risultato, più attenzione al percorso con messaggi sociali forti legati all’antirazzismo, alla solidarietà.
Non è un caso che si guardi con interesse anche a ciò che accade in altri Paesi. In Norvegia, ad esempio, il modello sportivo giovanile limita fortemente l’agonismo precoce: fino ai 12-13 anni non sono previste classifiche ufficiali o pressioni selettive rigide. L’obiettivo dichiarato è favorire il divertimento, l’inclusione e la permanenza a lungo termine nello sport. La Norvegia ha appena stravinto le Olimpiadi invernali.
Il messaggio è chiaro: prima viene la crescita del bambino, poi – eventualmente – la performance.
Quando vedo quei ragazzi alla fermata dell’autobus con le loro borse sulle spalle, non penso a storie eroiche. Penso a un’abitudine sana. A un pomeriggio organizzato. A un luogo dove qualcuno li aspetta e dove loro sanno di dover essere.
Lo sport non risolve tutto e non è automaticamente inclusivo o educativo: dipende da come viene organizzato, da chi lo guida, dalle regole che si dà. Ma resta uno degli strumenti più semplici e accessibili per costruire responsabilità, relazioni, gestione delle emozioni.
Se crediamo davvero nei suoi benefici – sulla salute, sul benessere psicologico, sulla coesione sociale – allora il tema non può essere lasciato solo alla buona volontà delle famiglie o delle associazioni. Serve una scelta pubblica più netta: considerare lo sport di base parte integrante delle politiche educative e sociali, non un servizio opzionale.