Ragazzi di vita – Tutti sanno ballare il woke?

Ragazzi di vita – Spazi dell’educare, sguardi per riflettere sul mondo giovanile, pensieri e pratiche per “stare” con i ragazzi oggi. N. 15 – Tutti sanno ballare il woke?

In questo periodo la parola “woke” è diventata trend per le prese di posizione di alcuni politici e come succede spesso, una sfilza di “esperti” hanno detto la loro sul tema, seguendo ovviamente il google trend. Bene, il tema è interessante, e lo era anche prima, in questa rubrica lo sguardo si rivolge al mondo giovanile.

Woke è una di quelle parole che gli adulti hanno cominciato a pronunciare quando i ragazzi avevano già cominciato a fare altro. Prima sono arrivati i corpi, i capelli colorati, lo smalto sulle unghie dei ragazzi, vestiti che attraversano con una certa indifferenza ciò che per molto tempo abbiamo chiamato maschile e femminile, i nomi scelti, qualche pronome diverso, le amicizie, gli amori, le appartenenze meno ordinate delle nostre definizioni, la richiesta, a volte gentile e a volte furiosa, di non essere immediatamente collocati dentro una casella. Poi sono arrivate le parole degli adulti: woke, gender, politicamente corretto, cancel culture, identità. E improvvisamente abbiamo trasformato qualcosa che stava già accadendo nei corpi e nelle relazioni in una battaglia culturale.

È interessante perché, in fondo, accade spesso così con gli adolescenti: prima modificano il mondo attraverso i comportamenti, poi arriviamo noi adulti e costruiamo le categorie per spiegarli. O, qualche volta, per difenderci da quello che non comprendiamo.

Il dibattito italiano delle ultime settimane sembra essersi improvvisamente accorto della parola woke. Ma più che un movimento organizzato, il cosiddetto woke raccoglie una costellazione di questioni differenti, dal razzismo alle discriminazioni, dall’orientamento sessuale alla disabilità, dall’identità di genere al linguaggio, tenute insieme dalla ricerca dell’equità.

È probabilmente questo il primo equivoco. Parliamo del woke come se esistesse da qualche parte un comitato centrale del wokismo, con un programma, una tessera e magari una riunione il martedì sera. Naturalmente non esiste. Esistono invece persone che chiedono di non essere discriminate, donne che continuano a interrogare il potere e il linguaggio, persone omosessuali e transessuali che chiedono riconoscimento, ragazzi nati in Italia che frequentano le nostre scuole, parlano la nostra lingua, tifano le nostre squadre e che giuridicamente continuano a non essere italiani. Esistono soprattutto corpi, biografie e conflitti reali, che diventano molto più difficili da liquidare quando smettiamo di considerarli soltanto categorie ideologiche.

Una parte del mondo conservatore, compreso un settore dell’associazionismo cattolico pro-life, legge invece proprio queste trasformazioni come il sintomo di una deriva culturale. Pro Vita & Famiglia, per esempio, descrive il woke come una sorta di nuovo bigottismo secolare, collegandolo alla crisi dell’autorità, della figura paterna e di un’idea di verità considerata stabile. È una posizione che va ascoltata, anche quando non la si condivide, perché dietro la critica al woke esiste anche una paura reale: la sensazione che alcune coordinate culturali si stiano dissolvendo troppo velocemente, che il linguaggio cambi prima che le persone abbiano avuto il tempo di comprenderne le ragioni, che la libertà di espressione possa essere sostituita dalla sorveglianza reciproca, che ogni errore linguistico diventi una colpa morale. Sono domande legittime. Ma una domanda legittima non rende automaticamente legittima qualsiasi risposta e, soprattutto, non può cancellare le persone reali che stanno dietro quelle trasformazioni.

Prendiamo, ad esempio, la cittadinanza. Qui il dibattito diventa improvvisamente molto meno astratto. In Italia la materia continua a poggiare principalmente sullo ius sanguinis e non abbiamo introdotto né uno ius soli generalizzato né uno ius scholae capace di riconoscere nell’esperienza scolastica e sociale una forma di appartenenza. Eppure basta entrare in una scuola italiana per accorgersi che la vita è molto più avanti delle nostre leggi. Ci sono ragazzi che sono nati qui, hanno studiato qui, pensano e parlano in italiano, condividono riferimenti culturali, musica, sport, linguaggi e aspirazioni con i loro coetanei e che pure scoprono, a un certo punto, di appartenere giuridicamente a un altro luogo, magari a un Paese che conoscono pochissimo.

È qualcosa che avevo già provato a raccontare parlando dei “nomi degli invisibili”: possiamo organizzare tutte le giornate dell’intercultura che vogliamo, ma prima o poi un ragazzo ci chiederà perché gli diciamo da quando è bambino che siamo tutti cittadini del mondo e poi, quando arriva il momento dei documenti, scopre che alcuni sono cittadini un po’ più degli altri. È woke chiedere di discutere di ius soli o ius scholae? Se lo è, allora bisognerebbe forse domandarsi perché questa parola dovrebbe essere necessariamente un insulto.

Lo stesso accade quando arriviamo al corpo. Il corpo adolescente è sempre stato un luogo politico, anche quando fingevamo che non lo fosse. Lo erano i capelli lunghi degli anni Sessanta, le minigonne, il punk, i piercing, i tatuaggi, le culture hip hop, il modo di camminare, di ballare, di mostrare o nascondere il corpo. Oggi a cambiare non sono soltanto l’abbigliamento o l’estetica. Sta cambiando anche la semantica con cui molti ragazzi leggono il corpo. Sesso, genere, identità, orientamento, desiderio: parole che per le generazioni precedenti tendevano spesso a sovrapporsi vengono sempre più frequentemente separate, interrogate, ricombinate.

Questo non significa affatto che tutti i giovani siano progressisti, inclusivi e fluidi. Sarebbe una rappresentazione falsa e persino consolatoria. Nelle nostre scuole esistono ancora omofobia, sessismo, razzismo, bullismo e violenza. La generazione giovane non è moralmente migliore di quelle precedenti. È semplicemente immersa in un paesaggio simbolico differente, esposta a linguaggi differenti e costretta a confrontarsi molto prima di noi con questioni che un tempo potevano essere nascoste dentro la famiglia, il quartiere o il silenzio.

Per questo educare alle emozioni, alle relazioni, al consenso, al rispetto dei corpi e delle differenze non dovrebbe essere considerato un vezzo ideologico. Dovrebbe essere educazione. E invece anche l’educazione affettiva e sessuale continua a diventare terreno di scontro politico. È uno dei tanti paradossi del nostro tempo: i ragazzi vivono relazioni, pornografia digitale, innamoramenti, stereotipi, identità, violenza verbale, consenso e rifiuto ogni giorno, mentre gli adulti continuano a discutere se sia opportuno parlarne.

Il dibattito centra l’attenzione su un presunto disequilibrio tra diritti e uguaglianze economiche, io credo che il percorso debba essere parallelo.

Non basta rispettare il pronome di un ragazzo se quel ragazzo non può permettersi una seduta dallo psicologo. Non basta dire a una ragazza che può diventare ciò che desidera se il luogo in cui nasce continua a determinare in modo così pesante le sue opportunità. Non basta celebrare la diversità se l’accesso allo sport, alla cultura, alla mobilità, alla formazione e perfino a molti luoghi di socializzazione dipende dal reddito della famiglia. Non basta essere inclusivi nel linguaggio se poi siamo escludenti nell’economia.

Ma naturalmente vale anche il contrario. Non basta aumentare un salario se continuiamo a considerare alcune persone meno degne di altre. Non basta costruire case popolari se dentro quelle case una ragazza deve avere paura di dichiarare chi ama. Non basta parlare di classe sociale se ignoriamo che la classe si intreccia continuamente con il genere, la provenienza, il colore della pelle, la disabilità. Il pronome e l’affitto non sono avversari politici. Appartengono, in modi differenti, alla stessa domanda di dignità.

È qui che anche una parte della critica proveniente dalla sinistra al wokismo pone una questione importante: che cosa accade quando una politica progressista sembra parlare perfettamente il linguaggio del riconoscimento ma non riesce più a offrire protezione economica, welfare, casa, salari, servizi? È una domanda seria, soprattutto in un Paese dove i giovani continuano a sperimentare precarietà, disuguaglianze territoriali, difficoltà nell’ingresso nel lavoro e nell’accesso alla casa. Ma sarebbe singolare concluderne che, siccome abbiamo parlato troppo poco di disuguaglianza economica, allora dobbiamo smettere di parlare di discriminazioni. La risposta alla separazione non è scegliere uno dei due pezzi, ma ricomporli. Un diritto civile che ignora le condizioni materiali rischia di diventare fragile, un diritto sociale che ignora le identità rischia di diventare cieco.

Forse il vero problema non è capire se il woke abbia vinto o perso, ma capire se siamo ancora capaci di tenere insieme tutte queste domande.

ARTICOLO DI
CONDIVIDI
DI COSA STIAMO PARLANDO
ARTICOLI CORRELATI
Un invito a guardare oltre l’IA generativa: algoritmi genetici e computazione evolutiva possono aiutare a progettare decisioni educative complesse, rendendo espliciti obiettivi, vincoli e compromessi. Una prospettiva che riporta al centro governance, responsabilità e giudizio umano.
Meta limita i social ai minori negli USA. Rai Scuola trasloca sul web. Le novità 2026/27 a scuola, l'apertura del Festival dell'Educazione a Verona e le interviste alle giovani marocchine a Ceuta
Sostenibilità a scuola: le buone intenzioni ci sono, ma priorità e risorse frenano il passaggio dalle idee alla pratica reale.