Violenza sui docenti: tra vissuto e percepito, cosa ci dicono i dati

Un’aggressione estrema come quella avvenuta nella scuola media della periferia di Roma dirotta ancora una volta l’attenzione sulla sicurezza nelle scuole. Ma i dati ci impongono di distinguere tra esperienze, testimonianze e percezioni. Nell’ultima indagine IARD, il 2,1% degli insegnanti intervistati dichiara di aver subito nell’arco di un anno una violenza fisica da parte di studenti; percentuali più alte sono riservate però a insulti, calunnie e minacce, anche da parte dei genitori. Parallelamente, la quota di docenti convinti che la violenza fisica sia aumentata è passata dal 20% del 1999 al 78,6% del 2025. Capiamo in che modo episodi estremi, conflittualità quotidiana e circolazione delle notizie ridefiniscono il senso di sicurezza di chi insegna.

Quando la violenza entra a scuola, la cronaca tende a mostrarne la forma più estrema: un’aggressione fisica, una minaccia grave, utilizzo di armi, studenti e docenti feriti. 

Ma il conflitto che attraversa il lavoro quotidiano dei docenti è più ampio, trasversale e, spesso, meno visibile. Per esplorarlo, abbiamo analizzato i dati provenienti dalla quarta indagine realizzata da IARD, istituto che opera nel campo della ricerca sui processi culturali, educativi e formativi con approccio integrato tra sociologia, psicologia, pedagogia ed economia.

Realizzata tra la fine di marzo e la fine di giugno 2025 e pubblicata nel volume In costante divenire. Insegnare tra molteplici impegni in contesti plurali, curato da Gianluca Argentin per il Mulino, è descritta come la più ampia e approfondita indagine mai condotta sugli insegnanti italiani, per numerosità e rappresentatività. Parliamo di 9.671 docenti intervistati su tutta Italia, provenienti da scuole primarie, secondarie di I grado, Licei, Istituti Tecnici e Istituti Professionali. 

All’interno del volume, il capitolo di Maria Grazia Gambardella e Mariagrazia Santagati I rischi del mestiere: violenze e discriminazioni verso i docenti analizza le esperienze di violenza e discriminazione subite e osservate dagli insegnanti italiani (scuola primaria esclusa) nel contesto scolastico nell’anno 2024/2025, distinguendo tra forme di violenza verbale, fisica e intimidatoria. 

Il questionario somministrato è stato distribuito in due versioni distinte, assegnate casualmente a due sottocampioni diversi. Le risposte visualizzate nel primo grafico provengono dalla versione A, somministrata a un sottocampione di 4.706 insegnanti.

Capiamo ora in che modo episodi estremi, conflittualità quotidiana e circolazione delle notizie possono ridefinire il senso di sicurezza di chi insegna.

La violenza contro i docenti comincia molto prima delle aggressioni fisiche

Il primo grafico confronta nove tipologie di episodi violenti distinguendo tra esperienze subite personalmente e situazioni osservate ai danni di colleghi.

Nell’anno scolastico 2024/2025, l’8,1% degli insegnanti intervistati dalla quarta indagine IARD ha dichiarato di aver subito direttamente insulti o calunnie da parte di studenti. Il 20,8% afferma di aver osservato episodi analoghi ai danni di colleghi. 

Seguono le intimidazioni o minacce da parte dei genitori: ne riferisce un’esperienza diretta il 5,2% degli insegnanti, mentre il 18,8% dichiara di averle osservate nei confronti di colleghi. Le minacce degli studenti riguardano direttamente il 4,5% e sono state osservate dal 14,2%.

Le forme di violenza fisica rimangono quantitativamente più contenute. Quelle commesse da studenti sono dichiarate come esperienza diretta dal 2,1% dei docenti e come esperienza osservata dall’8,2%. Per le aggressioni da parte dei genitori si scende allo 0,5% tra le vittime dirette, ma si arriva al 5,1% tra chi riferisce di aver assistito a un episodio ai danni di colleghi.

I numeri non descrivono quindi una scuola quotidianamente fuori controllo. Mostrano però che, accanto agli episodi più gravi che arrivano sulle pagine dei giornali, esiste un’area più estesa di ostilità verbale, intimidazioni e deterioramento delle relazioni. La violenza non sembra riguardare soltanto il rapporto tra studenti e insegnanti: una parte significativa delle segnalazioni coinvolge le famiglie. Nei dati IARD, insulti e minacce provenienti dai genitori sono almeno altrettanto visibili di quelli attribuiti agli studenti.

Quelle sulle violenze fisiche sono percentuali basse rispetto a quelle relative alla violenza verbale, ma non trascurabili se riferite a una popolazione professionale ampia. Allo stesso tempo, non possono essere sommate né convertite nel numero complessivo di aggressioni avvenute nelle scuole: le risposte riguardano le esperienze dichiarate dai docenti e uno stesso evento può essere stato osservato e segnalato da più persone. In sostanza, dieci docenti potrebbero riferirsi allo stesso episodio mentre un singolo insegnante potrebbe avere segnalato più forme di violenza.

L’aumento della percezione 

Il secondo grafico sposta lo sguardo dagli episodi dell’ultimo anno alla percezione del cambiamento nel tempo.

Nel 1999, il 20% degli insegnanti intervistati da IARD riteneva che la violenza fisica contro i docenti fosse aumentata. Nel 2008 la quota era salita al 57,6%. Nel 2025 arriva al 78,5%: quasi quattro insegnanti su cinque.

Parallelamente, diminuiscono sia la quota di chi considera il fenomeno stabile – dal 26,2% del 1999 all’11,2% del 2025 – sia quella di chi non sa esprimere un giudizio, passata dal 40,3% all’8,2%.

Il cambiamento più netto, quindi, non consiste soltanto nell’aumento delle risposte del campo rosso nelle barre del grafico. Nel corso del tempo si riduce fortemente anche l’incertezza (i “non so”): nel 2025 una parte molto più ampia dei docenti sembra avere un’opinione definita sul fenomeno, e questa opinione converge in larga misura verso l’idea di un peggioramento.

Questa crescita, tuttavia, deve essere letta per ciò che misura. Il grafico non costituisce una serie storica delle aggressioni registrate e non dimostra che gli episodi siano quadruplicati dal 1999. Confronta le risposte date, in tre diverse indagini, alla domanda sull’andamento percepito della violenza fisica contro la categoria.

La percezione può essere influenzata dall’esperienza personale, dal clima nella propria scuola, dalla circolazione delle notizie e dalla maggiore attenzione pubblica verso le aggressioni. Può segnalare un problema reale senza misurarne direttamente la frequenza.

Per stabilire se e quanto la violenza sia effettivamente aumentata servirebbe una serie amministrativa uniforme di dati: stessa definizione di episodio, medesime procedure di denuncia e registrazione, copertura stabile delle scuole e continuità nel tempo. I dati qui analizzati non offrono al momento questa possibilità.

Un problema di relazioni, non soltanto di sicurezza

In sintesi, i due grafici raccontano aspetti diversi ma collegati. Il primo mostra che le forme più comuni di violenza sono verbali e relazionali. Il secondo rivela che la grande maggioranza dei docenti percepisce una crescita della componente fisica degli episodi di violenza, sia vissuti che osservati. Leggerli insieme ci aiuta a evitare due semplificazioni opposte: da un lato, considerare il fenomeno soltanto attraverso i casi più estremi, dall’altro ridurre insulti, calunnie e intimidazioni a normali tensioni della professione.

Le esperienze che emergono dai dati non hanno tutte la stessa gravità e non possono essere collocate sullo stesso piano: un insulto non equivale certamente a un’aggressione fisica. Ma la loro diffusione segnala un’erosione del riconoscimento professionale e della qualità delle relazioni nelle quali si svolge il lavoro educativo, con un coinvolgimento delle famiglie particolarmente rilevante. Nei dati, genitori e studenti compaiono entrambi tra le principali fonti degli episodi riportati. Questo impedisce di leggere la violenza soltanto come un problema disciplinare degli alunni: entra in gioco anche la relazione tra scuola e famiglia, compreso il modo in cui vengono affrontati regole, responsabilità e conflitti.

Cosa può fare la scuola

I dati dell’indagine non valutano specifiche politiche di prevenzione e, quindi, non consentono di stabilire quali interventi siano più efficaci. Indicano però alcuni punti sui quali costruire domande:

  • La rilevazione e il monitoraggio dei dati: se gli episodi restano affidati alle sole testimonianze individuali, è difficile distinguere casi isolati, situazioni ricorrenti e differenze tra territori o livelli scolastici. Servono definizioni condivise, procedure accessibili per la segnalazione e dati raccolti in modo continuativo, tutelando sia chi denuncia che le persone coinvolte.
  • La gestione dei conflitti: la prevalenza di insulti, calunnie e minacce suggerisce che la prevenzione non possa limitarsi alle misure di sicurezza da attivare dopo un’aggressione, ma che debba comprendere anche strumenti per affrontare precocemente il deterioramento dei rapporti tra studenti, famiglie, insegnanti e organizzazione scolastica.
  • Il sostegno alle persone: chi subisce o assiste a un episodio può avere bisogno di una risposta organizzativa, legale o psicologica. Sapere che una procedura esiste non equivale però a sapere che sia conosciuta, accessibile e applicata: anche questo dovrebbe diventare oggetto di monitoraggio.

Per evitare che ogni episodio venga trattato come un’emergenza isolata e poi dimenticata, occorrono quindi dati confrontabili e raccolti con regolarità. Per intervenire prima che il conflitto raggiunga le forme più gravi sarebbe invece utile guardare anche alla parte meno spettacolare, ovvero le relazioni che si deteriorano attraverso parole e minacce.

Un primo passo istituzionale è stato compiuto con l’Osservatorio nazionale sulla sicurezza del personale scolastico, previsto dalla legge nel 2024, istituito dal Ministero nell’agosto 2025 e insediatosi nel marzo 2026. Tra i suoi compiti figurano il monitoraggio delle segnalazioni di violenze e minacce, l’analisi delle situazioni di rischio e la formulazione di proposte operative. Essendo l’Osservatorio ancora nella fase iniziale della propria attività, la sfida futura sarà trasformare le segnalazioni raccolte da scuole e Uffici scolastici regionali in dati pubblici, continuativi e realmente confrontabili nel tempo. 

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