Le proteste francesi e italiane hanno riportato al centro la richiesta di risorse per l’istruzione. I dati PISA 2025 e le statistiche europee mostrano un quadro più articolato del previsto: la Francia presenta un divario sociale più ampio e maggiori carenze percepite di personale, mentre l’Italia non è immune da fragilità strutturali.
La protesta e i dati
Le immagini, ormai si sa, arrivano prima delle informazioni e dei dati: scuole occupate, cortei, vetrine spaccate e saccheggiate, scontri tra studenti e forze dell’ordine nelle strade. Da un lato, la nuova stagione di proteste francesi e poi italiane ed europee ha riportato la scuola e le risorse per l’istruzione al centro della cronaca; dall’altro, lo storytelling mediatico del fenomeno rischia di ridurre il dibattito a una mera questione di ordine pubblico.
Le immagini possono aiutare a raccontare, ridurre o amplificare l’intensità del conflitto, ma non bastano a descrivere lo stato di un sistema educativo. Per approfondire il tema, occorre affiancare a caroselli e reels indicatori e metriche comparabili. Il confronto tra Francia e Italia può offrirci uno spunto di osservazione utile: due grandi sistemi scolastici europei, dinamiche di protesta simili per problemi che non necessariamente coincidono, risultati che cambiano a seconda della dimensione analizzata.
Per chiarezza: i dati non sanciscono un rapporto causale tra condizioni del sistema scolastico e partecipazione alle proteste, ma ci consentono di ricostruire il contesto nel quale è cresciuta e sta crescendo una parte degli adolescenti francesi e di confrontarlo con quello italiano.
Le fonti utilizzate
La principale fonte internazionale è PISA, il Programme for International Student Assessment promosso dall’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. L’OCSE (in inglese OECD – Organisation for Economic Co-operation and Development) è un’organizzazione internazionale che produce analisi e indicatori comparabili per sostenere il confronto tra politiche pubbliche. PISA non valuta quanto gli studenti abbiano memorizzato uno specifico programma nazionale, ma rileva in che misura gli adolescenti scolarizzati sappiano utilizzare conoscenze e competenze di lettura, matematica e scienze per affrontare problemi e situazioni della vita reale.
La rilevazione combina prove cognitive e questionari rivolti a dirigenti scolastici e a studenti e studentesse che, al momento della rilevazione, abbiano: un’età compresa tra 15 anni e 3 mesi e 16 anni e 2 mesi, completato almeno sei anni di istruzione formale e risultino ancora iscritti a scuola.
I primi descrivono caratteristiche e risorse delle scuole, mentre i secondi restituiscono informazioni sul contesto familiare e sulle esperienze di apprendimento. I risultati consentono quindi confronti utili tra Paesi, pur non costituendo una valutazione né una graduatoria della qualità dei sistemi educativi.
La rilevazione si basa su campioni statisticamente rappresentativi, non sull’intera popolazione studentesca. In Italia hanno partecipato 8.946 studenti di 285 scuole, rappresentativi di circa l’88% della popolazione di riferimento. In Francia il campione comprendeva 6.501 studenti di 289 scuole, anche in questo caso pari all’88% della popolazione di riferimento. I risultati pubblicati dall’OCSE sono ponderati affinché ciascun partecipante rappresenti una determinata quota della popolazione nazionale: le percentuali mostrate nei grafici non corrispondono quindi al semplice conteggio delle risposte raccolte nel campione.
La seconda fonte è L’Éducation nationale en chiffres 2026, una pubblicazione statistica di sintesi realizzata dalla DEPP, la Direzione per la valutazione, la previsione e la performance del Ministero francese dell’Istruzione. A differenza di PISA, non nasce da un’unica indagine campionaria, ma riunisce dati amministrativi, rilevazioni nazionali e statistiche provenienti da diverse fonti istituzionali (tra cui Eurostat, INSEE e i servizi statistici dei ministeri francesi). Il rapporto fotografa le principali dimensioni del sistema educativo: studenti e apprendisti, personale, istituti, finanziamento dell’istruzione, dimensione delle classi, inclusione degli alunni con disabilità, risultati delle valutazioni nazionali e internazionali, diplomi, abbandono scolastico e inserimento lavorativo. I dati non si riferiscono tutti allo stesso anno: la pubblicazione combina le informazioni più recenti disponibili, prevalentemente relative agli anni scolastici 2025/2026 e 2023/2024 e all’anno finanziario 2024. Salvo diversa indicazione, il perimetro principale comprende le scuole pubbliche e quelle private sotto contratto con lo Stato francese.
Il peso dell’origine sociale
Per misurare le disuguaglianze, PISA usa un indice di status economico, sociale e culturale, basato su istruzione e occupazione dei genitori e risorse disponibili in casa. In ogni Paese, gli studenti vengono ordinati e divisi in quattro gruppi: il divario equivale alla differenza tra il punteggio medio in scienze del quarto più avvantaggiato e quello del quarto più svantaggiato. Non misura direttamente la povertà della famiglia, ma la correlazione tra condizioni familiari e distanza nei risultati.
Il primo dato visualizzato riguarda il divario nei risultati di scienze tra il quarto di studenti più avvantaggiato e il quarto più svantaggiato dal punto di vista economico, sociale e culturale. Nel 2025 la distanza è di circa 100 punti PISA in Francia, contro 80 in Italia e 83 nella media del gruppo costante di 23 Paesi OCSE con dati confrontabili nei quattro cicli considerati.
Cento punti rimandano una differenza non proprio marginale: nel sistema francese, la posizione sociale della famiglia continua a influire con forza sui risultati scolastici. Lo status socioeconomico spiega il 14% della variazione dei risultati in scienze in Francia, rispetto all’11% in Italia e al 12% nella media OCSE.
La serie storica aggiunge però una sfumatura importante: in Francia il divario si è ridotto rispetto al 2015, quando sfiorava i 118 punti. L’OCSE precisa che il restringimento deriva dal calo dei risultati tra gli studenti avvantaggiati, mentre quelli degli studenti svantaggiati sono rimasti sostanzialmente stabili. Una distanza più contenuta, quindi, non equivale automaticamente a un miglioramento generale, ma può dipendere anche dall’arretramento di coloro che partono più facilitati.
In Italia il divario oscilla nel tempo, ma può essere considerato stabile nell’arco 2015-2025. Nel 2025 resta inferiore a quello francese e vicino alla media dei Paesi OCSE. Anche la quota di studenti svantaggiati che riesce a collocarsi nel quarto superiore dei risultati nazionali è simile nei due Paesi: 12% in Italia e 11% in Francia, a fronte del 12% medio OCSE. Il confronto suggerisce che la Francia affronta una selettività sociale più marcata, ma conferma che nessuno dei due sistemi ha neutralizzato l’effetto delle condizioni di partenza.
Le carenze percepite di risorse umane e materiali
Il secondo grafico sposta l’attenzione dalle performance alle condizioni di lavoro delle scuole. PISA chiede ai dirigenti se l’insegnamento sia ostacolato, in una certa misura, dalla mancanza di docenti, personale di supporto, materiale didattico o infrastrutture. I risultati sono ponderati per il numero di studenti: il 45% rilevato per la Francia, per esempio, significa che il 45% degli studenti frequenta scuole nelle quali i dirigenti segnalano una carenza di insegnanti. Non significa che il 45% delle scuole sia privo di docenti.
La pressione sul personale emerge soprattutto in Francia. Nel 2025 il 45% degli studenti frequenta scuole in cui la carenza di docenti ostacola l’attività didattica, contro il 31% in Italia e il 39% nella media OCSE. Per il personale di supporto le quote salgono al 47% in Francia, al 36% in Italia e al 39% nella media OCSE.
La correlazione si rovescia in parte quando si osservano le infrastrutture. La quota italiana, 32%, è quasi identica alla media OCSE del 33% e supera quella francese, pari al 25%. Per il materiale didattico, invece, entrambi i Paesi si collocano sotto la media OCSE: 13% in Italia, 20% in Francia e 27% nella media dei Paesi dell’organizzazione.
Anche qui la tendenza conta. Tra il 2022 e il 2025 la carenza percepita di docenti è diminuita dal 67% al 45% in Francia e dal 49% al 31% in Italia. Nello stesso periodo, in Francia sono aumentate le segnalazioni relative a materiali e infrastrutture; in Italia la criticità infrastrutturale è scesa dal 43% al 32%. Il dato più recente fotografa quindi un miglioramento sul personale rispetto al picco del 2022, ma mostra ancora una pressione francese superiore alla media OCSE.
Come sempre, questi indicatori richiedono una certa cautela al momento di trarre conclusioni. Sono valutazioni dei dirigenti, non un inventario fisico delle risorse, e possono risentire di aspettative, culture organizzative e differenti interpretazioni delle domande. Rimangono tuttavia rilevanti in quanto misurano quanto le carenze siano percepite come un ostacolo concreto all’insegnamento.
Quanti alunni per docente
Il terzo indicatore permette di osservare la struttura dei sistemi scolastici da un’altra prospettiva. Nell’anno scolastico 2023/2024, nella scuola primaria francese si contano 17,9 alunni per docente. Il rapporto scende a 13,3 nell’Unione europea e a 10,5 in Italia. È il divario più netto dell’intera mappa di calore. Nella secondaria inferiore la distanza si riduce: 14,7 alunni per docente in Francia, 11,7 nell’Unione europea e 10,4 in Italia. Nella secondaria superiore i valori convergono: 11,5 in Francia, 11,3 nella media europea e 10,6 in Italia.
Il rapporto tra alunni e docenti non coincide con la dimensione media delle classi, ma divide il numero complessivo degli studenti per quello degli insegnanti e risente dell’organizzazione del sistema, della distribuzione territoriale delle scuole, dell’orario di lavoro e delle categorie di personale incluse. Non permette quindi di concludere, da solo, che gli studenti italiani lavorino sempre in gruppi più piccoli o ricevano automaticamente più attenzione individuale.
Tuttavia, il dato ci aiuta a leggere la pressione organizzativa dei due sistemi scolastici. Nella primaria francese ogni docente corrisponde, in media, a un numero di alunni molto più elevato rispetto all’Italia e alla media europea. Questa differenza è coerente con il quadro PISA sulle carenze di personale, pur senza dimostrare un nesso causale diretto tra i due indicatori.
Due sistemi a confronto, nessun vincitore
I tre grafici non ci dicono se un sistema sia migliore o peggiore dell’altro, ma mostrano due sistemi sottoposti a pressioni e problematiche diverse. La Francia presenta un divario socioeconomico più ampio, una maggiore incidenza delle carenze percepite di personale e un rapporto alunni-docenti particolarmente elevato, soprattutto nella primaria. L’Italia registra distanze sociali più contenute e meno segnalazioni sul personale, ma resta vicina alla media OCSE per le criticità infrastrutturali, e un minor numero di alunni per docente non cancella queste fragilità.
Le proteste francesi hanno reso visibile una domanda – necessaria – di risorse e condizioni di studio e di apprendimento diverse, migliori, più adeguate ai bisogni attuali e futuri delle nuove generazioni. Parallelamente, anche se non spiegano da soli perché una mobilitazione esploda, né autorizzano a ridurre il conflitto a un singolo indicatore, i dati ci permettono di distinguere la cronaca dal contesto: al di là delle immagini degli scontri, emergono disuguaglianze e difficoltà organizzative misurabili.
Per entrambi i Paesi la priorità non dovrebbe essere inseguire un confronto episodico, ma collegare dimensioni che troppo spesso vengono osservate separatamente: risultati degli studenti, condizioni socioeconomiche, distribuzione del personale, qualità degli ambienti scolastici e continuità degli investimenti. Solo così un dato apparentemente positivo – come la riduzione di un divario o di una carenza percepita – può essere interpretato alla luce del processo che lo ha generato. Il caso francese è emblematico: il divario tra studenti avvantaggiati e svantaggiati si è ridotto anche perché sono peggiorati i risultati di chi partiva avvantaggiato. Allo stesso modo, un rapporto più favorevole tra alunni e docenti non garantisce automaticamente classi meno affollate, maggiore qualità dell’insegnamento o un sostegno più efficace agli studenti.
I dati diventano realmente utili quando permettono di individuare dove si concentrano le fragilità, verificare nel tempo gli effetti delle politiche e trasformare le richieste che emergono dalla cronaca in obiettivi misurabili. È quindi nel passaggio dall’emergenza al monitoraggio e dal monitoraggio alle decisioni che Italia e Francia si giocano la capacità dei propri sistemi scolastici di rispondere alle disuguaglianze prima che diventino strutturali.