Pubblichiamo l’intervento di Alessandro Catellani in occasione del riconoscimento di Ashoka Fellow 2026. In questo discorso ripercorre la sua esperienza di educatore, racconta la nascita di CASCO Learning e invita a costruire insieme un’educazione capace di cambiare la società. (Foto di Roberto Perotti dei giovani intervenuti per l’alluvione del quartiere Montanara nel 2014)
Buonasera! Che emozione vivere questo inaspettato riconoscimento proprio qui a Parma, la mia città, tra tante persone care che con me hanno cercato di cambiare il mondo attorno a noi.
Parto da un’immagine…

Un’alluvione. Un Centro Giovani invaso dal fango. E un gruppo di ragazzi che arriva di buona mattina con pale e secchi.
È successo qui a Parma, nel quartiere Montanara, il 13 ottobre 2014. Per due giorni e mezzo quei ragazzi hanno lavorato per liberare il parco e il Centro. Altri della comunità si sono uniti: c’era chi spalava, chi portava qualcosa, chi cucinava per tutti (vero Elvia e Lorenzo?).
Questa, per me, è un’immagine dell’educazione. Non ragazzi da salvare. Ragazzi capaci di prendersi cura di una comunità, quando qualcuno dà loro spazio e fiducia.
Eppure quante volte noi adulti parliamo dei giovani come di un problema da risolvere?
Quella volta, il problema lo stavano risolvendo loro.
Ricevere questo riconoscimento mi emoziona, mi imbarazza e al tempo stesso mi rende orgoglioso di un lavoro collettivo.
Non sono qui per una formula inventata a tavolino. Sono qui per ciò che ho imparato dalle persone, dalle esperienze vissute e dagli errori fatti prima che dai libri e dai master.
Sono qui grazie ai sogni che abbiamo trasformato in realtà e al cammino percorso insieme a tanti di voi.
Nulla di ciò che ho realizzato sarebbe stato possibile senza i tanti compagni di viaggio, sognatori e un po’ folli come me, con cui ho condiviso idee, fatiche e il desiderio di cambiare le cose.
Un grazie speciale va a mia moglie Valeria, educatrice come me, e a nostro figlio Elia, che hanno sempre creduto nel mio impegno e mi hanno accompagnato in questo percorso.
Questo riconoscimento appartiene anche a tutti voi.
Da ragazzo studiavo geologia: volevo comprendere la terra. Non sapevo che avrei dedicato la vita a un altro terreno: quello in cui crescono le persone.
Nella mia famiglia sono cresciuto all’insegna di valori come solidarietà, onestà, giustizia. Fin da bambino sono stato immerso nelle iniziative a sostegno di mia zia Myriam, missionaria laica in Brasile dal 1970. Poi sono arrivati i viaggi in America Latina, l’incontro con mondi diversi e con la povertà, con la Teologia della Liberazione e la pedagogia degli oppressi di Paulo Freire.
Esperienze che mi hanno fatto comprendere quanto l’istruzione possa essere uno strumento di emancipazione e di libertà, ma che mi hanno portato anche a un’amara constatazione: quando l’istruzione è un privilegio da conquistare, se ne riconosce tutto il valore; quando diventa un diritto acquisito, rischiamo di darla per scontata e di dimenticarne la forza trasformativa. Un rischio che vedo nell’Italia di oggi.
C’è stato un momento spartiacque… Durante il servizio civile in una Casa di riposo, ho scoperto la forza di relazioni autentiche e questo mi ha portato a lasciare geologia per scienze dell’educazione. Sono entrato in contatto con il Gruppo Scuola di Parma, attivo dal 1972 al Montanara, tra scuole popolari e percorsi di emancipazione. L’incontro con Maria Munarini, Liliana Marini e le persone del Gruppo Scuola è stato una vera scuola di vita.
E a ventidue anni sono entrato come giovane educatore al Cinghio, il quartiere chiamato il «Bronx di Parma». C’erano fragilità, difficoltà e tanti problemi, ma anche bambini, adolescenti, famiglie e volontari che si prendevano cura gli uni degli altri senza aspettare il permesso da qualcuno.

Ho iniziato dalla strada, creando centri giovani pensati per essere, per noi e per i ragazzi, una seconda casa: luoghi in cui sentirsi accolti, riconosciuti, ascoltati e valorizzati. Nel tempo abbiamo continuato a “fare spazio” ad altri giovani, dando vita a nuove opportunità e luoghi di incontro, espressione e creatività, in cui collaborare, condividere idee ed esperienze, sperimentare, scoprire e sviluppare competenze e dare forma ai propri progetti. Sono nati così coworking, fablab, sale prove musicali e web radio: vere e proprie palestre degli apprendimenti.
Da sempre mi definisco un operaio dell’educazione. Mi piace perché dice due cose: che educare è un lavoro concreto, silenzioso e dal basso e che nessun lavoro importante si fa da soli. Per me educare è soprattutto educere: far emergere potenzialità, aprire nuove possibilità e valorizzare ciò che ciascuno porta dentro di sé.
Da sempre ho un tarlo in testa:
“Se un ragazzo trova fiducia nel nostro centro, ma fuori incontra porte chiuse, quanto resisterà? “
“Se gli chiediamo di cambiare, ma noi adulti, organizzazioni e istituzioni restano identici, che cosa stiamo davvero cambiando?”
Io sono convinto che non basta aiutare i ragazzi. Dobbiamo cambiare le condizioni in cui crescono. Gli spazi che abitano. Le relazioni che vivono. Le opportunità che incontrano. Le politiche che decidono del loro futuro. E soprattutto il modo in cui noi adulti li guardiamo. E li ascoltiamo.
In Italia, il 13,8% dei minori vive in povertà assoluta. Come possiamo parlare di merito senza guardare da dove si parte?
E poi c’è una fatica meno visibile.
L’Atlante 2025 di Save the Children ci racconta che meno della metà dei 15-16enni dichiara un buon benessere psicologico. Quasi un giovane su dieci, tra i 18 e i 24 anni, ha lasciato precocemente gli studi. E il 9% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha attraversato periodi di isolamento per difficoltà psicologiche: niente scuola, nessun incontro.
Dietro questi numeri c’è una sedia vuota in classe. Un messaggio senza risposta. Una porta che resta chiusa.
Come possiamo chiedere loro di farcela, se non creiamo le condizioni perché possano stare bene?
Abbiamo riempito l’educazione di progetti, spesso bellissimi, ma troppo spesso destinati a esaurirsi insieme ai finanziamenti che li sostengono. Quando finiscono i fondi, ciascuno torna a difendere il proprio orticello, le reti si sfaldano e le famiglie vengono lasciate ancora una volta sole.
Non abbiamo cambiato il sistema. Ci siamo limitati ad arredarne le stanze, per di più con mobili usa e getta.
Ed è qui che vi propongo di cambiare la domanda.
Non più: “Che cosa devono imparare i ragazzi per stare al mondo?”. Ma: “Che cosa siamo disposti a cambiare noi, perché possano contribuire a trasformarlo?”

Non possiamo chiedere ai giovani di collaborare se noi adulti continuiamo a ragionare in termini di competizione. Non possiamo invitarli a partecipare se le decisioni sono già state prese. Non possiamo chiedere loro di avere coraggio se noi, per primi, non abbiamo il coraggio di condividere il potere.
E lo dico anche a me stesso: non si tratta di chiedere a noi adulti di fare un passo indietro per scomparire, ma di fare un passo avanti nella responsabilità. Essere adulti credibili, autentici, capaci di ascoltare davvero, di mettere in discussione le proprie certezze e di fare spazio.

E allora, come si passa dalle parole ai fatti?
È per rispondere a queste sfide che, insieme a persone che condividono la stessa visione e la voglia di mettersi in gioco, abbiamo dato vita a CASCO Learning, un collettivo multidisciplinare, e realizzato il Learning Center, uno spazio privato che abbiamo scelto di rendere un bene comune. Una casa aperta a tutti, dove giovani e adulti imparano, sperimentano e progettano insieme, condividendo spazi, tecnologie e competenze.
Ma soprattutto è un luogo dove ciascuno porta ciò che sa e ciò che è. E dall’incontro nascono possibilità che nessuno, da solo, potrebbe immaginare o realizzare.
Ci guida un principio semplice: prima rispondo a un tuo bisogno. Poi, insieme, ci prendiamo cura di un bisogno della nostra comunità.
È così che nasce la fiducia. E chi riceve scopre di avere, a sua volta, qualcosa da offrire: un’idea, una competenza, del tempo, una passione.
È questa la forza della reciprocità: ciascuno può ricevere, ma anche contribuire. E chi siamo abituati a vedere come qualcuno da aiutare diventa una risorsa per gli altri.
Questa stessa logica si è allargata al territorio. CASCO Learning ha così favorito la nascita di RIZOMA: un ecosistema che oggi riunisce 63 soggetti, tra cui 33 istituti scolastici, insieme a enti locali, università, Terzo settore, imprese e comunità, con l’obiettivo di trasformare l’educazione.
Come?
Condividendo bisogni, spazi, competenze e risorse, ma anche decisioni e responsabilità. Le imprese non sono solo sponsor. Le scuole non sono solo destinatarie di progetti. I giovani non sono soltanto beneficiari.

Siamo tutti co-autori.
Sperimentiamo una governance condivisa e un fondo comune trasformativo: non una cassa nelle mani di CASCO, ma uno strumento per far nascere progetti pilota pensati e sostenuti insieme, capaci di rispondere a bisogni reali.
Dai civic hackathon all’escape room per l’orientamento, dalle esperienze educative di PandaLab che coinvolgono bambini e genitori al summer camp di robotica educativa, dalla redazione multimediale dei giovani ai laboratori digitali con ragazzi in situazioni di fragilità.
Perché ho parlato di sperimentazione?
Perché per noi è tutta questione di imparare, disimparare e reimparare insieme.
Io stesso mi rendo conto di aver cambiato più volte mestiere: da educatore di strada a community manager, fino a facilitatore di ecosistemi, per attivare persone, condividere la leadership e innovare. E non credo di aver finito.
Mi direte: le scuole sono stanche, gli enti pubblici hanno poche risorse, le imprese hanno i propri problemi e il sociale rincorre bandi.
È vero.
E proprio per questo è nato RIZOMA: per fare squadra in un momento in cui nessuno può farcela da solo, ma ciascuno ha qualcosa da mettere in comune.

E non vogliamo fermarci a Parma. Con ETC, il Centro Italiano per l’Educazione Trasformativa, insieme ad Ashoka, vogliamo condividere con altri territori strumenti, formazione e ricerca. Ad aprile abbiamo avviato a Parma la coprogettazione delle prime azioni nazionali per accompagnare percorsi di cambiamento capaci di trasformare le pratiche quotidiane e incidere sulle politiche pubbliche. È questo che intendiamo per “hackerare il sistema”: far nascere il cambiamento tra le sue pieghe, attivando le energie e le competenze di chi lo abita e aprendo insieme nuove strade per superare gli ostacoli e rispondere alle sfide complesse del nostro tempo.
Non vogliamo fare un franchising di CASCO. Vogliamo che ogni territorio trovi le proprie risposte e sviluppi la capacità di continuare a innovare, senza di noi.
Alcuni giovani ci gridano: «Il futuro ce l’avete già strappato via».
E come dar loro torto? Troppo spesso dimentichiamo l’impegno che l’articolo 3 della nostra Costituzione ci affida: rimuovere gli ostacoli che impediscono a ciascuno di realizzare le proprie potenzialità e partecipare alla vita della comunità.

Nel mio piccolo, cerco di fare la mia parte. Di abitare le domande dei giovani, accendere la loro immaginazione e alimentare il desiderio di cambiare il mondo.
Non basta dare loro voce. Dobbiamo riconoscerli come protagonisti del cambiamento.
Perché la pace si custodisce insieme e la democrazia vive della partecipazione di tutti.
Ashoka lo dice con parole semplici e radicali: Everyone a Changemaker.
Torniamo a quel parco pieno di fango. Le pale, i secchi, le famiglie, i ragazzi. Nessuno, da solo, avrebbe potuto far ripartire il Centro giovani così in fretta. E adesso tocca a noi.
Non aspettiamo che il sistema educativo cambi da solo. Hackeriamolo insieme, da dentro e da fuori. Perché l’educazione è un bene comune, una responsabilità di tutti, e ha il potere di renderci liberi e capaci di trasformare il mondo che ci circonda.
Ma per riuscirci dobbiamo avere il coraggio di trasformare, insieme, l’educazione stessa.
Perché il cambiamento non è qualcosa che dobbiamo aspettare. È qualcosa che possiamo costruire, insieme.

Grazie.