L’Intelligenza Artificiale non è più solo una curiosità, ma un vero strumento di lavoro. Ora la sfida è usarla in modo responsabile, conoscendone i limiti e il suo impatto.
L’IA a scuola è diventato un oggetto di conversazione tanto inevitabile quanto polarizzato. C’è chi la vive come una scorciatoia, chi come una minaccia, chi come un nuovo strumento di lavoro che, se usato bene, potrebbe aiutare proprio dove la scuola da sola fatica: personalizzazione, motivazione, tempo.
Per uscire da questo ping-pong di opinioni, nel 2025 INDIRE e la Casa Editrice La Tecnica della Scuola hanno avviato la prima rilevazione nazionale sull’uso dell’intelligenza artificiale generativa nella scuola. L’obiettivo? Approfondire le potenzialità e i rischi dell’IA in relazione alla didattica, al potenziamento delle competenze di studenti e studentesse e alle attività non di docenza (come la predisposizione del Piano Didattico Personalizzato). L’esito dell’indagine è stato ripreso dall’ultimo rapporto OCSE Digital Education Outlook. In questi giorni è aperta la seconda edizione del questionario interamente dedicato ai docenti per raccogliere i dati su cui si baserà l’indagine 2026.
La “scusa” migliore per promuoverla è provare a interpretare alcuni dei risultati 2025: non per fare pagelle, ma per capire cosa sta già succedendo e quali indicatori potrebbe avere senso aggiornare tra un anno. Per questo, abbiamo realizzato quattro data visualization dedicate, con cui invitiamo a interagire chi ci legge.
Chi ha risposto all’indagine 2025
Nel 2025 hanno risposto in totale 2716 docenti, di cui 1803 hanno dato risposte complete. Prima di interpretare ciò che pensano, è utile chiarire chi sono questi docenti. Il primo grafico interattivo consente di esplorare le caratteristiche del campione per genere, età, tipologia di scuola, contratto, anni di insegnamento. Attraverso il menu “Visualizza per” è possibile selezionare una variabile alla volta e osservare come si ridistribuiscono i 1803 pallini (che rappresentano i 1803 docenti che hanno risposto in modo completo). È un passaggio metodologico essenziale, perché ci ricorda che la composizione del campione incide sulla lettura di ciò che segue.
In quanti usano l’IA, in quanti no e perché
Sui 1803 docenti che hanno risposto in modo completo, 1035 dichiarano di usare l’IA nella didattica (57,40%), mentre 768 di non usarla (42,60%). La Viz 2 è utile per capire soprattutto le ragioni del non utilizzo: posizionandosi con il puntatore del mouse sui flussi, apparirà un piccolo box con informazioni specifiche sulle motivazioni sottostanti al mancato uso dell’IA: dalle condizioni strutturali/organizzative della scuola alla scarsa conoscenza, fino al disinteresse e al giudizio di inutilità per la propria didattica.
Non c’è quindi un solo motivo a celarsi dietro il non utilizzo. Riuscirà la survey 2026, aperta in questi giorni alla compilazione da parte di tutti i docenti d’Italia, a misurare un cambiamento reale su questo aspetto? Diminuiranno i vincoli? Cresceranno le competenze per un utilizzo responsabile? Cambierà la percezione di (in)utilità? Ai posteri l’ardua sentenza.
Utile sì, ma per fare cosa?
Il terzo grafico visualizza la distribuzione delle risposte alla domanda: “Durante un’attività didattica in classe, quanto l’IA può essere utile per uno studente o una studentessa, e per fare che cosa?”
La cosa da osservare non è solo il singolo pallino (che risulta più o meno grande a seconda della percentuale di risposta), ma la forma complessiva della distribuzione: dove si concentrano gli “Abbastanza/Molto”, dove i “Poco/Per niente”. L’indagine evidenzia infatti una molteplicità di utilizzi: spiegare concetti, semplificare testi, correggere errori, simulare dialoghi in lingua o creare test rapidi. L’Intelligenza Artificiale a scuola, quindi, non si configura come un unico strumento, ma come un ecosistema di micro-funzioni. Al variare di queste funzioni, cambiano inevitabilmente anche i rischi: un conto è usare un assistente virtuale per esercitarsi in una lingua straniera, ben diverso è delegargli attività delicate che implicano valutazione e responsabilità educativa.
Gli ostacoli non sono tutti uguali
Il quarto grafico trasforma un elenco in una graduatoria di peso percepito rispetto ai motivi che possono ostacolare l’utilizzo dell’IA in classe. Qui è giusto valutare quali ostacoli sono sistemici (se non li risolvi, l’adozione resta diseguale) e quali sono di confine (richiedono regole, policy, scelte su strumenti). In questo senso, ancora una volta la survey 2026 aiuterà a capire meglio il fenomeno e l’evoluzione degli impedimenti all’utilizzo.
Cosa chiediamo al 2026?
L’indagine 2025, letta nel suo complesso, suggerisce un passaggio di maturità. Dall’adozione dell’IA come curiosità a pratica professionale, che richiede competenze precise: saper identificarne i limiti tecnici, sviluppare un atteggiamento riflessivo, valutarne le implicazioni etiche e rischi sociali.
È per questo che la survey 2026 diventa un pezzo importante dell’infrastruttura civica complessiva che l’ha generata: se insegni, compilare il questionario significa contribuire a misurare non solo quanti la usano, ma come, per quali scopi e con quale consapevolezza.