Ragazzi di vita – Spazi dell’educare, sguardi per riflettere sul mondo giovanile, pensieri e pratiche per “stare” con i ragazzi oggi. N. 14 – La rabbia di Parma
La rabbia (1963) è un film-saggio firmato da Pier Paolo Pasolini, costruito a partire da materiali di repertorio e cronache dell’epoca, inizialmente commissionato anche con il coinvolgimento di Giovannino Guareschi. Pasolini usa il linguaggio del documentario non per spiegare i fatti, ma per interrogarli, quasi per “forzarli” a rivelare ciò che la cronaca da sola non dice: le fratture sociali, l’omologazione culturale, la violenza storica spesso rimossa.
Oggi un’operazione simile appare quasi impossibile. La realtà non è più filtrata da pochi grandi dispositivi narrativi, ma da una moltiplicazione continua di immagini, commenti e reazioni istantanee. Eppure il paradosso è che, proprio in questa iperproduzione di racconto, diventa più difficile riconoscere il senso complessivo dei fenomeni: anche la violenza giovanile rischia di ridursi a episodio, scandalo, o indignazione momentanea, invece che essere letta come sintomo di una trasformazione più ampia della società.
Colpisce un dettaglio, dentro i fatti di Parma. Il fatto accaduto a Parma presenta già, ancora prima delle valutazioni morali o giudiziarie, una difficoltà di interpretazione sul piano linguistico. Si parla di “rissa”, di “aggressione”, di “lite degenerata”: parole diverse che non descrivono soltanto i fatti, ma rivelano modi differenti di leggerli. E forse questo scarto lessicale racconta già qualcosa del corto circuito educativo e simbolico che attraversa la scuola e la società. Anche per questo servirebbe cautela. Perché, al netto della gravità evidente dell’episodio, nessuno dispone ancora di tutti gli elementi necessari per formulare giudizi definitivi. La velocità con cui oggi si producono condanne pubbliche spesso precede la comprensione dei contesti, delle relazioni e delle responsabilità reali.
Proprio il fatto che si fatichi persino a nominare l’accaduto segnala qualcosa di più profondo: la difficoltà adulta nel riconoscere e sostenere il tema dell’autorità senza scivolare immediatamente nell’autoritarismo o nel cosiddetto “buonismo” tanto criticato da alcune fazioni politiche.
Ed è qui che il problema smette di essere soltanto scolastico.
La violenza giovanile non è un corpo estraneo precipitato dentro una società sana. È piuttosto uno specchio. Distorto, certo. Ma pur sempre uno specchio.
Da tempo psicologi e pedagogisti ci ricordano che i ragazzi vivono immersi in un ecosistema aggressivo: linguaggi pubblici violenti, conflitti esibiti come spettacolo, relazioni sociali fondate su l’umiliazione dell’altro, competizione continua, assenza di mediazioni. Non sorprende allora che alcuni adolescenti imparino a usare la violenza come linguaggio. Non perché siano “mostri”, ma perché quella grammatica è già ovunque.
I dati recenti sugli omicidi commessi da minori contro altri minori — raccontati anche da Repubblica in questi giorni — segnalano un aumento che non può essere liquidato come emergenza episodica. E Matteo Lancini insiste da tempo su questo punto: i comportamenti violenti dei ragazzi non nascono nel vuoto, ma dentro una società che produce esclusione, rabbia, fragilità narcisistiche e incapacità di elaborare il conflitto.
Michel Foucault (sì, proprio lui) aveva mostrato come ogni società costruisca dispositivi di controllo, normalizzazione e disciplina. Ma oggi il paradosso sembra un altro: non siamo di fronte a un eccesso di autorità educativa, bensì a una sua evaporazione intermittente. Il limite compare soltanto sotto forma di sanzione o repressione, mai come costruzione quotidiana di senso.
Anche Deleuze, parlando del passaggio dalle “società disciplinari” alle “società del controllo”, descriveva un mondo più fluido, meno strutturato, dove le appartenenze tradizionali si sfaldano e l’individuo resta continuamente esposto, frammentato, instabile. In questo scenario la rabbia adolescenziale non trova più contenitori collettivi, ma si manifesta spesso in forme improvvise, individuali, impulsive.
E Guattari intuiva già decenni fa che il disagio contemporaneo sarebbe passato anche attraverso una crisi della produzione di soggettività: ragazzi lasciati soli nel costruire sé stessi dentro un ambiente iperstimolante ma povero di legami reali.
C’è poi un elemento che raramente viene nominato: nella maggior parte dei casi, i violenti sono gli esclusi. Non necessariamente i più poveri. Più spesso sono quelli che non sentono di appartenere davvero a nulla: né alla scuola, né al gruppo sociale, né a un orizzonte condiviso. La violenza allora diventa una forma disperata di esistenza pubblica. “Se non riesco a essere riconosciuto, almeno sarò temuto”.
Qui emerge un paradosso interessante. Nel Sessantotto la ribellione era collettiva, organizzata, perfino ideologica. Aveva parole d’ordine, luoghi, appartenenze. Era una ribellione spesso borghese, ma strutturata. Oggi invece la contestazione assume forme liquide: esplosioni individuali, prive di rivendicazioni vere e proprie, senza progettualità politica. Resta però qualcosa di comune: il rifiuto dell’autorità.
Con una differenza sostanziale. Allora gli adulti rappresentavano un’autorità forte contro cui schierarsi; oggi molti adulti sembrano aver rinunciato a esercitare qualsiasi autorevolezza educativa. Oscillano tra permissivismo, paura del conflitto e invocazioni punitive tardive. E così il rifiuto dell’autorità non incontra più un argine educativo credibile, ma solo reazioni emotive.
Anche il modo in cui i media trattano questi episodi meriterebbe una riflessione. Alcuni fatti diventano casi nazionali permanenti, altri scivolano rapidamente via. L’impressione è che l’accanimento mediatico sia spesso selettivo: basti osservare il poco spazio e la riflessione parziale di quanto avvenuto a Taranto dove alcuni ragazzini hanno ucciso un uomo. La violenza giovanile sembra interessare davvero solo quando produce uno shock simbolico vicino al mondo adulto e alle sue paure riconoscibili.
Per questo le letture semplicistiche convincono poco.
“È colpa delle famiglie”, si dice spesso. Ma in molti di questi casi le famiglie semplicemente non ci sono, o sono troppo fragili, frammentate, assorbite da altre emergenze. E allora cosa facciamo? Continuiamo a evocarle come soluzione astratta?
Altri chiamano in causa la scuola, chiedendole di essere più inclusiva, più empatica, più capace di ascolto. Tutto vero. Ma anche qui occorre onestà: la scuola italiana è caricata di responsabilità enormi senza avere strumenti, personale e continuità sufficienti.
Come ricorda anche Arena nel libro Dipende dalla classe, la scuola rischia di funzionare meno come dispositivo di riduzione delle disuguaglianze e più come luogo in cui esse vengono, in parte, riprodotte e riorganizzate. Nonostante la retorica dell’uguaglianza formativa, ciò che gli studenti portano con sé — contesto sociale, capitale culturale, reti familiari — continua a pesare in modo decisivo sugli esiti scolastici. È una tensione strutturale che attraversa l’istituzione e che rende ancora più complesso il compito educativo: non solo istruire, ma provare a riequilibrare ciò che la società, fuori dalla scuola, tende a squilibrare.
Esiste un corto circuito educativo che genera e alimenta violenza. E la risposta non può essere affidata soltanto ai tanti “progetti” che periodicamente entrano nelle scuole: educazione all’affettività, sportelli psicologici, prevenzione del bullismo, laboratori relazionali. Spesso sono iniziative utili, ma frammentate, scollegate tra loro, affidate alla buona volontà dei singoli.
Serve una regia forte. Serve continuità. Serve un’idea condivisa di educazione.
Ma soprattutto serve tornare a credere nell’istruzione vera, nel senso più profondo del termine, omaggiando la recente scomparsa del grande E.Morin.. Non soltanto trasmissione di competenze, ma costruzione di strumenti interiori per stare nel mondo. Educazione come capacità di nominare il conflitto senza trasformarlo immediatamente in aggressione.
Umberto Galimberti lo ripete da anni: senza cultura non esiste politica. E senza politica, nel senso alto del termine, non esiste agorà, cioè spazio comune. Quando viene meno lo spazio comune, resta soltanto l’individuo isolato con la propria rabbia.
Se c’è una cosa che questi fatti ci ricordano è che la violenza raramente nasce in un solo punto. Si genera dentro relazioni, contesti, fragilità, errori e mancanze che spesso coinvolgono più soggetti e più livelli della società. Per questo servono sanzioni proporzionate, ma servono anche occasioni di comprensione e riparazione. Non per cancellare la responsabilità, bensì per renderla realmente educativa.
Forse il compito più difficile per una comunità adulta è proprio questo: saper tenere insieme verità, giustizia ed educazione senza sacrificare una dimensione all’altra, una società che rinuncia a educare produce nuova rabbia; una società che rinuncia a giudicare produce impunità. Tra questi due estremi esiste uno spazio più faticoso ma più fecondo: quello della responsabilità condivisa.