Ragazzi di vita – Ragazzi che parlano di cose serie

Ragazzi di vita – Spazi dell’educare, sguardi per riflettere sul mondo giovanile, pensieri e pratiche per “stare” con i ragazzi oggi.
N. 2 –  Ragazzi che parlano di cose serie

Ragazzi di vita – Spazi dell’educare, sguardi per riflettere sul mondo giovanile, pensieri e pratiche per “stare” con i ragazzi oggi. N. 2 –  Ragazzi che parlano di cose serie

Oggi ho due ore a disposizione, ho deciso di allestire alcune tecniche di debate per “sfidare” la mia classe a mettersi in gioco, vorrei mostrare loro le potenzialità di tale metodologia e nello stesso tempo mostrare loro come sia produttivo creare narrazioni positive. Nella società dell’informazione mediamente nel confronto politico i nostri ragazzi osservano due fazioni che si urlano addosso slogan, interrotte da applausi registrati o battute velenose. Sui social network proliferano i famosi “leoni da tastiera”, ognuno può scrivere quello che vuole e regalarsi un attimo di celebrità. Il mondo della comunicazione si basa su dinamiche di conflitto.

No, qui si fa sul serio. O meglio: si gioca seriamente. Perché il debate, quando funziona, è un gioco educativo potentissimo, un modo per pensare insieme, per mettersi in discussione e imparare ad ascoltare davvero. E questo – diciamolo – oggi è quasi un atto rivoluzionario.

Una delle tecniche che uso più spesso si chiama “il tribunale”. Non ci sono toghe, ma c’è una disposizione circolare degli studenti, e soprattutto ci sono le gambe: perché ci si muove fisicamente in tre posizioni – d’accordo, in disaccordo, non so – a seconda della propria opinione su una frase, un’affermazione provocatoria, un problema aperto. Si parte da un gesto semplice, lo spostarsi nello spazio, e si arriva a un gesto ben più complesso: argomentare le proprie scelte, provare a convincere gli altri, oppure cambiare idea.

Poi c’è la tecnica dei “quattro angoli”: qui le posizioni si moltiplicano. Utilizzo dei claim diversi per ogni argomento: “il potere è di tutti”, l’amicizia virtuale è simile a quella fisica” , e avanti così, li sfido su argomenti che possono ingaggiarli, sapendo di trovare posizioni diverse e pronte a confliggere. Ma qui è diverso, io sono l’arbitro e ci sono delle regole. Gli studenti scelgono tra fortemente d’accordo, d’accordo, in disaccordo e fortemente in disaccordo, piazzandosi in un angolo dell’aula. Anche qui ci si muove, si parla, si ascolta. E ogni spostamento è una piccola evoluzione del pensiero. Niente è fisso, neanche le idee. Ognuno può cambiare idea e spostarsi in qualsiasi momento, convinto da quanto detto da un compagno o una compagna.

Infine, una delle mie preferite: la linea. Una sorta di termometro delle opinioni, dove i ragazzi si posizionano lungo un asse immaginario da 0 a 10. Si tratta di una tecnica dinamica e visiva che costringe a prendere posizione e a “darsi un voto” sulle proprie convinzioni, ma soprattutto ad argomentarle davanti agli altri.

Queste tecniche hanno qualcosa in comune: aiutano i ragazzi a uscire da una logica binaria – giusto/sbagliato, bianco/nero – e li allenano a maneggiare il grigio, il dubbio, la complessità. In un’epoca in cui la comunicazione pubblica, dalla politica ai talk show, si nutre di semplificazioni violente, di scontri costruiti a tavolino e di hate speech come pane quotidiano, educare al pensiero dialogico è urgente.

Il debate non è solo un esercizio linguistico – anche se lo è, eccome: lessico, struttura dell’argomentazione, coerenza logica, capacità di sintesi – ma è anche un atto educativo profondo. Chi partecipa a un buon debate impara che l’altro non è solo “un nemico da sconfiggere”, ma una mente da comprendere, un punto di vista da esplorare.

In fondo, quello che cerco di insegnare attraverso il debate non è tanto a “vincere” una discussione, ma ad abitare le parole con lentezza, con consapevolezza. A fare della lingua un ponte, non una clava. Perché se è vero che viviamo in una società dell’informazione, è altrettanto vero che ci serve disperatamente una società dell’argomentazione. Una società in cui sapere parlare significhi anche saper ascoltare, dubitare, cambiare idea.

Termino la lezione e gli studenti ringraziano (!), dicono che oggi è stata proprio una bella lezione. Dentro di me lo so, ogni volta che attivo una tecnica di questo tipo la lezione prende una forma diversa, i ragazzi hanno una voglia estrema di parlare, di confrontarsi in modo civile, di essere protagonisti, forse di essere diversi da noi adulti.

Viviamo un tempo in cui la scuola appare spesso stanca, appesantita, in affanno. Travolta da burocrazia, schiacciata da aspettative contraddittorie, incerta sul proprio ruolo in un mondo che cambia troppo in fretta. I ragazzi lo sentono, e lo mostrano: con il corpo che si spegne dietro un banco, con la voce che tace, con lo sguardo che si perde nel vuoto. Eppure, nonostante tutto, io continuo a credere che la scuola abbia in sé una forza straordinaria e che rappresenti un presidio democratico fondamentale. Esperienze come il debate non sono semplicemente “attività alternative” o “strategie motivazionali”. Sono atti di ripensamento radicale. Quando in aula si rompe la staticità del banco e della cattedra, quando si restituisce agli studenti il potere di parlare, scegliere, cambiare idea, allora succede qualcosa di importante: la scuola torna a essere viva. Torna a essere un luogo dove si pensa, si costruisce senso, si impara insieme.

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