Benvenuti su Casconell’arte, la rubrica mensile di Open Magazine dedicata a un modo tutto nuovo di guardare le opere: quadri, sculture e luoghi simbolo. Ogni mese analizzeremo un’opera concentrandoci unicamente sulla sua struttura, sulla forma e sugli elementi visivi che la compongono, lasciando da parte la firma dell’artista. Scopriremo titolo, autore e data solo alla fine. È un vero e proprio esercizio di osservazione e riflessione — un po’ come applicare il metodo scientifico all’arte visiva — pensato per permettere a chiunque di avvicinarsi, comprendere e interpretare un’opera, a prescindere dalle proprie conoscenze di storia dell’arte.
Una sagoma scura e poderosa attraversa lo spazio in orizzontale, estendendosi quasi da un margine all’altro. È un cavallo slanciato, privo di sella e di briglie, proteso in una corsa spinta nell’aria (sembra saltare un ostacolo immane) che letteralmente sorvola la superficie.
A cavalcioni c’è una figura dalla veste bianca, corta e frastagliata, la cui luminosità crea un contrasto immediato ed esplosivo con il manto scuro dell’animale. Sia i capelli della figura sia i crini del cavallo non sono morbidi né mossi dal vento, ma si prolungano rigidi e aguzzi, sono spine tese e appuntite pronte a colpire. La figura umana impugna due oggetti sollevati verso l’alto: a sinistra una spada sguainata (tiene l’impugnatura come una bambina non come un soldato, quasi inesperta nella presa). A destra una torcia da cui parte una scia di fumo scuro e denso. La figura femminile sembra stare in equilibrio sull’animale slanciato, come un’amazzone seduta di lato, con le gambe ciondolanti. Eppure non cade.
Al di sotto di questa traiettoria sospesa, la superficie è coperta da una massa densa e caotica di corpi umani adagiati e accumulati al suolo, parzialmente vestiti, resi con incarnati pallidi che spiccano contro la terra scura e i sassi. Sono mutilati, sono divorati dai corvi, sono sepolti parzialmente nella terra e quindi stanno lì, davanti ai nostri occhi per essere guardati. Le loro posizioni s’intrecciano in linee spezzate, con braccia e gambe piegate in angolazioni rigide. Non tutti hanno gli occhi chiusi. Non tutti sono nudi.
Verso l’alto e ai lati, lo spazio appare incorniciato da rami scuri e spogli che si vettorializzano verso il centro come una gabbia vegetale, mentre sulla destra il tronco chiaro di un albero spezzato segna un arresto netto. Sopra questo scenario, il cielo si stende in fasce cromatiche sovrapposte, bolle rosate e rosse di nuvole si appoggiano a campiture d’azzurro di un cielo, che rimane l’unico elemento sereno.
I musi, arcigni, crudeli, arrabbiati dell’amazzone e del cavallo prendono in giro tutti: noi che siamo fuori dal quadro e quelli che sono dentro al quadro. I denti, le labbra, le lingue come a dirci: “Ecco la fine che avete fatto! Io sono la Guerra e questo è il mio passaggio.”
LA GUERRA, olio su tela cm 114 x 195 realizzato nel 1894 dal pittore francese Henri Rousseau e conservato al Musée d’Orsay di Parigi.
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